Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella pagina: Privacy Policy. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, si acconsente all’uso dei cookie.

CCPB partecipa a “... E poi?” Ricerca e visioni sul futuro

Pubblicato il: 08/09/2020
CCPB partecipa a “... E poi?” Ricerca e visioni sul futuro

Come sarà il mondo dopo l’emergenza della pandemia? … e poi cosa succederà? Ce lo stiamo chiedendo tutti, è vero. Ma le risposte, se ci sono, vengono affidate alle (tante) task force di esperti. Nessuno però ci coinvolge direttamente per sapere cosa ne pensiamo e cosa vogliamo per il nostro futuro. Così i professori Andrea Segrè (Università di Bologna) e Ilaria Pertot (Università di Trento/Fondazione Edmund Mach), grazie ad un innovativo progetto di ricerca, coinvolgeranno tutti noi per immaginare il futuro: l’insieme delle nostre visioni sarà il futuro che vogliamo per orientare il cambiamento.

Come partecipare a “…E poi?”

Dopo il lancio del progetto al Trento Festival a fine agosto, a pordenonelegge (20 settembre 2020 ore 19) verrà presentato l’ebook (si potrà scaricare gratuitamente dal sito di Edizioni Ambiente) “A che ora è la fine del mondo. Scivolando verso il futuro”. Si tratta di un racconto scientifico-letterario, ambientato in montagna dove i cambiamenti sono ancora più evidenti, dal finale aperto. Ogni lettore, singolarmente o in gruppo, potrà scrivere come va a finire la “storia” portando così la sua visione di futuro.

CCPB è il main sponsor del progetto con il finanziamento di una borsa di ricerca. “I consumi alimentari sono parte fondamentale degli stili di vita – commenta Fabrizio Piva, amministratore delegato CCPB – se il futuro vuole e deve essere sostenibile, la certificazione può dare il suo contributo assicurando che vengono rispettati standard e requisiti minimi”.

Intervista con Andrea Segrè

Andrea Segrè è professore ordinario di Politica agraria internazionale e comparata all’Università di Bologna, ha ideato la campagna Spreco Zero, è presidente della Fondazione F.I.CO e del Centro Agroalimentare di Bologna. Gli abbiamo fatto qualche domanda per spiegare meglio come nasce e a chi si svolge il progetto.

Perché pensare al futuro? Per vincere le tante incertezze del presente, per evitare gli scenari peggiori o per cosa?

Gli studiosi da sempre si esercitano nel prevedere il futuro. È un esercizio tanto complicato quanto utile, soprattutto nella situazione di pandemia e incertezza che viviamo oggi. Tuttavia nessuno ha mai coinvolto i veri protagonisti del futuro: tutti noi. È un modo anche per uscire dalla logica degli esperti e delle task force calate dall’alto e per proporre un esercizio partecipato “dal basso”. L’obiettivo è riflettere, anzi immaginare, come cambiare in meglio le nostre vite e la nostra società: vogliamo tutti tornare alla normalità, ma è forse quella normalità una delle cause dei problemi che viviamo. 

E poi …? Sembra un ottimo modo per unire scienza e cultura, rivolgendosi direttamente a un vasto pubblico. Cosa si aspetta dalla modalità partecipativa scelta per il progetto? 

 ...e poi? È la domanda che fanno i bambini quando gli raccontiamo una storia e vogliono sapere come andrà a finire. Tutti ci stiamo chiedendo che cosa succederà dopo la pandemia. Per questo con la collega Ilaria Pertot abbiamo scritto un racconto scientifico-letterario: una fiction con un solido contenuto scientifico. I due protagonisti salgono un ghiacciaio che si sta sciogliendo e immaginano cosa potrebbe succedere in futuro, come sarà la vita e il mondo di domani. Abbiamo lasciato il finale aperto in modo che siano i lettori a completarlo con le loro idee, desideri e timori. E come scienziati il nostro lavoro di ricerca sarà poi mettere insieme questi finali, trovare e analizzare gli elementi comuni del possibile futuro stile di vita: mangiare, lavorare, vestirsi, muoversi, stare insieme. Sarà quindi un doppio esercizio di scrittura, dei singoli lettori e collettivo, perché il senso è proprio quello della condivisione, della comunità. In questo modo il progetto diventa anche un modo per promuovere l’educazione ambientale e alla sostenibilità. I migliori finali del racconto saranno premiati e diventeranno il libro finale che verrà pubblicato il prossimo anno.

Green new deal, Obiettivi di sviluppo sostenibile, le istituzioni, la politica, il mondo produttivo si stanno confrontando con i temi dell’ambiente e della sostenibilità. Ma la sensazione è che siano in ritardo, o che ancora non abbiano le idee chiarissime. Se è così, come si fa a dare un’accelerazione?

C’è sempre uno “stacco” maggiore tra istituzioni, politica e cittadini, anche se nelle democrazie sono appunto i cittadini a eleggere i propri rappresentanti nelle istituzioni politiche. Per ricucire questa frattura è necessario un confronto che parta anche dai protagonisti, che siamo tutti noi. Tenendo presente che se critichiamo il sistema perché poco sostenibile, dobbiamo immaginare un’alternativa che possa diffondersi e formare una massa critica. Per questo bisogna puntare sulla promozione della produzione biologica, dell’economia circolare, della lotta agli sprechi: fare in modo che tutto il sistema e il mercato -insomma offerta e domanda- si orientino verso la sostenibilità ecologica, economica, sociale. La “politica” è distratta, perde occasioni, si smarrisce, una volta che sale i gradini delle istituzioni. Perde la spinta propulsiva di idee e valori. Bisogna continuare a impegnarsi, anche se è difficile tenere sempre viva l’attenzione. Il nostro progetto va esattamente in questa direzione.

Dalle parti di CCPB si pensa alle modalità produttive dell’agricoltura, certificandone, seconda varie strade, gli aspetti di sostenibilità. Che consiglio si sente di dare alle aziende agricole che vogliono partecipare e impegnarsi al futuro sostenibile? 

La produzione biologica certificata è sostenibile per eccellenza. È un percorso che offre garanzie sia a chi produce, sia a chi consuma. La crescita di questo modo di produrre e di consumare dimostra che le persone hanno capito qual è la direzione da prendere. Credo che le aziende agricole rappresentano un pilastro fondamentale. Spesso noi consumatori ce ne dimentichiamo. Ma c’è ancora tanto da fare per raggiungere quella massa critica di cui parlavo prima perché la conversione ecologica sia pienamente realizzata.