25 anni di certificazione ... non sono bastati

Pubblicato il: 10/06/2013
25 anni di certificazione ... non sono bastati

Lo scorso 31 maggio abbiamo festeggiato con entusiasmo i nostri primi 25 anni. Non abbiamo voluto essere autocelebrativi, ma riflettere sugli aspetti più importanti che coinvolgono il biologico e, più in generale, la sfida della sostenibilità.

Vorremmo offrire spunti di miglioramento e far crescere una sensibilità che può fare da substrato allo sviluppo di un settore che meriterebbe un’incidenza ben maggiore rispetto all’attuale. Se finora abbiamo raggiunto risultati allora insperati e abbiamo diffuso i principi ed i prodotti, allora riservati a pochi, facendo divenire il biologico un vasto concetto di pubblico dominio, tuttavia ancora molto resta da fare.

Occorre un impegno rinnovato per far sì che il biologico decolli: da nicchia con poco meno del 2%, il biologico meriterebbe almeno di raddoppiare. Il consumatore è alla ricerca di prodotti puliti e sostenibili, desidera il biologico tanto che il termine è ormai consueto e di uso quotidiano. Nonostante questo il settore è pronto ad accogliere questa sfida e opportunità? Sono pronte tutte le sue articolazioni, del mondo della produzione, della trasformazione, della distribuzione e dei servizi, certificatori compresi?

Al momento non sembrerebbe perché il settore della produzione agricola biologica arretra, a livello europeo nell’arco di quasi 10 anni l’incidenza della superficie italiana è passata da più del 16% a meno del 10%. Le modalità di produzione soffrono ancora di una scarsa efficienza e molto prodotto non riesce a trovare la via del mercato a più elevata remunerazione. Le filiere sono tutt’altro che efficienti: numerosi sono i “passaggi di mano” che riducono l’efficienza economica e remunerano una logistica elefantiaca e costosa per l’intero sistema e per le tasche dei consumatori. L’importazione di molte materie prime è aumentata per soddisfare una domanda crescente e questo non ha attivato le filiere nazionali: il soddisfacimento dei consumi deve allora essere garantito con produzioni estere, non sempre sicure. La ricerca e la sperimentazione non hanno consentito di colmare il gap tecnologico, ancora presente fra agricoltura convenzionale e biologica, con il risultato di mantenere troppo elevati i rischi e i costi di produzione. Gli appesantimenti burocratici sono aumentati e l’informatizzazione non ne ha certo ridotto il peso. Il risultato di tutto ciò comporta che i prodotti biologici in vendita hanno un prezzo ancora troppo alto rispetto agli analoghi convenzionali: così ogni allargamento della domanda è scoraggiato.

In questo contesto il sistema di controllo e certificazione non ha migliorato i propri standard. In più occasioni ho avuto modo di sottolineare come questo sistema non è formato dai soli organismi di certificazione, ma dal sistema produttivo nelle sue varie articolazioni, dalle Autorità Pubbliche centrali e periferiche, dagli organismi di vigilanza e sorveglianza pubblici e dall’organismo nazionale unico di accreditamento. La crescita del biologico non è stata accompagnata da un’analoga crescita del sistema di certificazione, ma piuttosto da un indebolimento della sua efficienza. Una mancanza coincisa con l’influenza più marcata della Autorità Pubblica che vede, purtroppo, il sistema di certificazione privato come un suo concorrente piuttosto che come un anello del sistema “pubblico-privato” di garanzia in una logica di vera sussidiarietà. La certificazione come crescita della e nella responsabilità del sistema, e non come “braccio armato” della legge. Un maggior coordinamento porterebbe a una maggiore efficienza e al miglioramento delle garanzie con un aumento della professionalità di tutti gli attori, compresi gli organismi di certificazione che in taluni casi hanno perso la capacità di incidere sul sistema svolgendo fino in fondo il loro ruolo di valutazione e di crescita di un “sistema qualità” Paese. La certificazione non può essere banalizzata, pena la sua inutilità, così come non si può invocarne continuamente la riforma per far passare concetti che portano nella sostanza a un’autocertificazione, quale la “certificazione partecipativa”, o ad un sistema pubblico il cui unico scopo sarebbe punitivo e non di miglioramento qualitativo nella crescita professionale di un settore.

Come si può notare ciò che resta da fare è molto di più di quello che abbiamo fatto in questi 25 anni e questo ci da forza per continuare nella nostra azione quotidiana a favore del biologico, della sostenibilità e della certificazione come consapevolezza della sua necessità.

FABRIZIO PIVA, Amministratore Delegato – CCPB