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COP26 e crediti di carbonio

Pubblicato il: 08/11/2021

Autore: Fabrizio Piva - Amministratore Delegato CCPB

COP26 e crediti di carbonio

CCPB srl è fin dalla sua nascita impegnato nel perseguimento della sostenibilità. È stato fondato per certificare le produzioni biologiche ben prima delle regolamentazioni intervenute a livello normativo e già da oltre un decennio è attivo nel certificare i parametri della sostenibilità quali l’EPD (Dichiarazione Ambientale di Prodotto), la PEF (Product Ecological Footprint), la carbon e la water footprint o l’attestazione di studi LCA (Valutazione del Ciclo di Vita) ed anche i crediti di carbonio emergenti da processi produttivi virtuosi e da buone pratiche.

A questo si aggiunga la certificazione della produzione integrata, l’agricoltura sostenibile, il protocollo VIVA dedicata alla vitivinicoltura ed altri processi che sono inscritti nel concetto ampio di sostenibilità.

COP26

In questi giorni si è conclusa la COP26 ed anche il G20, che sono ritornati sulla cosiddetta neutralità climatica e sulla deforestazione, e questo mi dà lo spunto per riflettere sullo strumento dei crediti di carbonio (tonnellata di CO2 equivalente) e sul loro acquisto volto ad annullare eventuali emissioni, strumento che anche CCPB valida e certifica.  

Visto il livello della CO2 equivalente raggiunta in atmosfera, 417,9 ppm a giugno 2021 quando nel 1958 il livello era intorno a 290 ppm (fonte UC San Diego), e la necessità di ridurre tale concentrazione, lo strumento degli scambi (crediti) di CO2 equivalente fra chi continua ad emettere e chi persegue progetti di riduzione non può essere utile agli scopi fissati in ambito COP. Ciò nonostante l’UE abbia dal 1990 ridotto il livello delle emissioni e l’Italia abbai raggiunto dal 1990 al 2018 una riduzione pari al 17,2%.

Buone pratiche sostenibili

Il semplice scambio di crediti, ovvero di tonnellate di CO2 equivalente, fra chi continua ad inquinare e chi si impegna in progetti di riduzione (forestazione, gestione dei suoli, stoccaggio, etc) non riduce complessivamente le emissioni e soprattutto non favorisce l’applicazione di buone pratiche presso le imprese che continuano ad avere la necessità di generare emissioni al di là di quanto dovrebbe esser loro concesso.

Questo non favorisce l’ammodernamento dei processi in direzione di una maggiore sostenibilità e, quindi, ritarda l’applicazione di buone pratiche (best practices) che porterebbero a ridurre le emissioni a parità di “output” ottenuti. Lo strumento del credito e dello scambio dovrebbe essere completato con la necessità per il soggetto che acquista il credito e genera più emissioni dall’applicazione di pratiche che migliorano i processi e dimostrano di ridurre comunque nel tempo le emissioni generate dal processo produttivo in esame.

Se poi aggiungiamo che lo scambio dei crediti genera flussi e strumenti finanziari importanti, si rischia che l’obiettivo si sposti dall’ambito degli obiettivi dello sviluppo sostenibile a quello finanziario.

Lo scambio di crediti non basta

Il semplice scambio di crediti non comporta una riduzione delle emissioni a livello globale. Talvolta pone anche qualche interrogativo di natura etica perché in molti casi chi ha necessità di compensare le emissioni generate sta nella parte “più fortunata” del mondo e chi mette a disposizione il credito (spesso forestazione) è in quella parte che ancora, purtroppo, è in “fase di sviluppo”.