Chi paga i costi della certificazione biologica?

Pubblicato il: 07/09/2016

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Chi paga i costi della certificazione biologica?
Chi paga i costi della certificazione biologica? Perché il soggetto controllato paga il suo controllore? Sono queste le domande più ricorrenti ogni volta che un servizio giornalistico, televisivo o su carta stampata, si occupa di biologico, senza approfondire la questione con le argomentazioni pro o contro. In questi casi, il messaggio che si vuole lanciare all’ignaro consumatore è fin troppo chiaro: chi certifica non è libero da pressioni commerciali e rilascia la certificazione senza gli opportuni controlli. Non è così e vediamo perché! costi certificazione bioInnanzitutto è bene chiarire che è la normativa europea, attraverso l’articolo 28 del Regolamento (CE) n°834/2007, ad imporre all’operatore biologico di pagare all’ente certificatore “una ragionevole tassa (n.d.r. pessima traduzione; si dovrebbe usare tariffa) a titolo di contributo alle spese di controllo”. Il termine “ragionevole” utilizzato dal legislatore ha lasciato tutti perplessi fin dall’avvio; tuttavia, in un economia di mercato, quale quella in cui viviamo e in assenza di attività lesive della libera concorrenza, per ragionevolezza si intende il punto esatto di incontro della Domanda e dell’Offerta. Gli organismi di certificazione sono società private che agiscono in un mercato non regolamentato da alcuna Autorità e la loro capacità di competere deriva dalla serietà, autorevolezza, professionalità, credibilità con cui operano, chiedendo ai loro clienti se sono disponibili a pagare un prezzo per tale servizio di certificazione senza che vi siano imposizioni da parte di chicchessia. Nessuno pensi che solo i prodotti biologici si trovino in questa situazione di ipotetico conflitto di interessi! Vi sorprenderebbe sapere che un analogo sistema vige anche per i recipienti a pressione tipo la comune pentola a pressione oppure per il vostro ascensore di casa oppure per i giocattoli che usano i vostri bambini oppure per il dispositivo medico con cui fate l’aerosol? Del resto se le attività di controllo e certificazione dei prodotti biologici fossero affidate allo Stato o alle Regioni o ai Comuni o a qualche organismo tecnico dipendente della Pubblica Amministrazione avremmo un ulteriore buco di bilancio nelle loro già dissestate casse. Se ipotizziamo che una certificazione seria e accreditata costi circa € 1.000 all’anno per ogni operatore biologico e sapendo che in Italia ci sono circa 55.000 operatori bio, ecco di quanto si graverebbe sul conto economico dello Stato; 55 milioni di euro! In realtà, la certificazione è un servizio prestato all’impresa che non va confuso con il “controllo ufficiale” esercitato dalle Autorità Sanitarie, i cui costi sono invece a carico della fiscalità generale; pertanto, le imprese sono tenute a corrispondere i costi per tale servizio come per un qualsiasi altro costo di produzione. Dunque è vero che il controllore è pagato dal controllato; perché questo non deve apparire “un patto scellerato” agli occhi del consumatore? Ecco la risposta. Il sistema di controllo è sottoposto alla costante attività di vigilanza da parte del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali e di Accredia (l’Organismo Unico di Accreditamento in Italia); entrambi hanno il compito di verificare l’attività dell’ente certificatore nel rilasciare il certificato senza che sia minata la sua terzietà e l’imparzialità per effetto di pressioni commerciali e finanziarie indebite. Accredia verifica che l’ente certificatore:
  • Sia dotato di una notevole solidità patrimoniale e quindi di una stabilità finanziaria che gli permetta di non dipendere solamente dai buoni risultati dalla sua attività commerciale, bensì anche di resistere nei momenti di contrazione del proprio fatturato, senza diminuire il livello della qualità delle proprie attestazioni di conformità
  • Abbia delle idonee coperture assicurative contro i danni che potrebbe causare il mancato rilascio della certificazione ed abbia delle politiche di gestione del personale tali per cui questo sia libero nel prendere le decisioni, soprattutto quando i risulti delle attività di ispezione impongono di non rilasciare la certificazione
  • Non abbia clienti che siano in grado di condizionarne le decisioni, ad esempio, quando il fatturato dipendesse dal rilascio di pochi certificati ad un gruppo selezionato di clienti
  • Non ponga in essere altre attività incompatibili con quelle di controllo e certificazione, come ad esempio quelle di commercializzazione dei prodotti certificati o l’esercizio di attività di consulenza nei confronti degli operatori controllati
  • Provveda al pagamento dell’onorario degli auditor e che questi non siano pagati direttamente dagli operatori controllati
  • Affidi il controllo degli operatori ad un nuovo ispettore ogni tre visite ispettive eseguite o al massimo ogni tre anni, per evitare l’instaurarsi di fenomeni di familiarizzazione;
Per quanto sopra nessun ente certificatore comprometterebbe il proprio nome per rincorrere qualche cliente e qualche migliaio di euro, a fronte del rischio di una perdita di fatturato che potrebbe essere totale, qualora gli venisse revocata l’autorizzazione da parte delle competenti Autorità. Chiudiamo, senza dimenticare che nell’Unione Europea più del 90% delle certificazioni sono rilasciate da organismi privati che sono pagati dagli operatori biologici e che solo Danimarca, Estonia, Finlandia, Lituania, Malta e Olanda hanno un sistema di controllo pubblico.