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CCPB interviene al dibattito sul biologico di Greenews

CCPB interviene al dibattito sul biologico di Greenews

CCPB, con l'amministratore delegato Fabrizio Piva, ha partecipato al dibattito organizzato dal webmagazine di informazione ambientale www.greenews.info che ha pubblicato una serie di articoli con importanti interventi e opinioni che cercano di rispondere all'interrogativo: le parole libero, vero, sostenibile, sono usate in buona fede o sono un'operazione di marketing per le aziende dell'agroalimentare?

Su Greenews.info trovate il primo articolo “Vini e cibi liberi. Dalla semantica e dalle certificazioni”, l’intervista del presidente di Slow Food Italia, Roberto Burdese, la replica di Federbio e le parole di Fabrizio Piva:

D) Dottor Piva, lei ha a che fare tutti i giorni con aziende che producono alimenti biologici. Cosa pensa dei cibi e vini definiti, di volta in volta, “liberi”, “sostenibili”, “veri”?

R) Penso che a volte si rischi di banalizzare il termine “biologico”, ritenendo che sia meglio usare al suo posto altre parole. In realtà, dietro a questo termine, come è stato ricordato, ci sono un regolamento comunitario e dei disciplinari di produzione; mentre “sostenibile” è una parola vuota. Prendiamo il marchio “Vino libero”: si dice che contiene il 40% in meno di solfiti rispetto alla dose consentita dalla legge. Ma come è stato scelto questo numero? Si dice anche che questo vino è libero da erbicidi e concimi chimici, ma guarda caso non si parla di pesticidi, che sono più difficili da eliminare. Il biologico, invece, è un concetto più complesso, che prende in esame tutte le fasi di produzione dei cibi e, nel caso del vino, non regola solo l’anidride solforosa, ma anche tutti gli altri additivi. (L'intervista continua su Greenews).

Come organismo di certificazione siamo lieti di intervenire alla discussione di Greenews partendo dal biologico, la nostra maggiore, ma non sola specialità. Come dice Fabrizio Piva, amministratore delegato di CCPB, “il biologico è un patrimonio di tutti, in particolare di tutti coloro che attraverso regole e disciplinari di produzione trasparenti e condivisi, vogliono coniugare sostenibilità e produttività, che non è affatto una brutta parola".

Per questo quando usiamo il termine certificazione biologica, usiamo una parola che ha un valore riconoscibile ormai non solo nel ricco occidente ma in tutto il mondo: Cina, India, Corea, Giappone, Brasile, Argentina, Africa Mediterranea. In questi e molti altri Paesi “il biologico - ricorda sempre Piva - è anche sinonimo di certificazione, di garanzia di sistemi di produzione che hanno tratto un grande beneficio dalla certificazione. È ora di smettere di insinuare che la certificazione aumenti i costi di produzione: il processo di certificazione biologica incide per lo 0,001% sui costi di un'azienda, e forse ancora meno sul valore del prodotto finito. Perché non si fa mai un raffronto costi/benefici portati dalla certificazione analizzando quanti benefici ha portato la certificazione per migliaia di aziende in Europa e nel Mondo che hanno imparato ad operare seguendo modalità di produzione rintracciabili, in grado di valutare l'apporto in termini di input utilizzati? Perché non si dice quanti benefici tutto questo ha apportato per razionalizzare i costi di produzione?”