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Sostenibilità “pret a porter”

Sostenibilità “pret a porter”

La sostenibilità, lo affermiamo ormai da molti anni, è un driver del mercato. Negli ultimi anni, complice i timori sempre più evidenti per un cambiamento climatico fortemente invasivo e fuori controllo, non vi è convegno, evento o fiera che al centro delle argomentazioni non si affronti il tema della sostenibilità.

È sicuramente un fatto positivo perché denota come si affermi la volontà di cercare soluzioni produttive e di comportamenti maggiormente in sintonia con l’equilibrio socio-ambientale ed economico.

Come si declina la sostenibilità

La sostenibilità viene declinata in molti modi ed ogni impresa la interpreta in funzione di come e quanto più gli aggrada oltre che in base a come più facilmente può raggiungere l’obiettivo. Alcune imprese la declinano solo in funzione sociale, altre perseguendo la carbon o la water footprint, altre ancora sul versante del benessere animale, chi si impegna a ridurre la plastica, chi lo spreco, chi i consumi energetici, chi i fitofarmaci o anche un solo fitofarmaco, chi ad utilizzare energie rinnovabili, chi a praticare il “km 0”, chi a massimizzare le rese per dimostrare di essere in grado di sfamare maggiormente il mondo, chi a produrre secondo i più svariati modelli di agricoltura sostenibile e chi secondo il metodo biologico.

Ognuno di queste scelte/comportamenti è sicuramente preferibile rispetto a chi non se ne preoccupa per nulla, ma senza un approccio condiviso ed olistico si rischia di non raggiungere l’obiettivo di un effettivo miglioramento dei parametri misurabili in termini di sostenibilità.

Cosa è già sostenibile

In un contesto in cui tutti si preoccupano e si occupano di comportamenti sostenibili, si rischia di dimenticare che da oltre un trentennio molte imprese sono impegnate in un metodo sostenibile ed olistico che è il metodo biologico. Applicare obiettivi sociali e migliorare la misurazione delle performances ambientali del biologico può consentire di raggiungere un’effettiva maggiore sostenibilità in termini di riduzione degli impatti e di aumentare la resilienza dell’ambiente.

Il biologico è un metodo univoco, riconosciuto dalla normativa comunitaria e da un sempre maggior numero di consumatori così come registrato dai dati emersi in occasione del prossimo Biofach di Norimberga. Molto più frammentato è invece il comportamento delle imprese quando si avvicinano all’obiettivo di essere più sostenibili senza approcciare il biologico; si ha la sensazione che assomigli sempre più ad un “pret a porter” in cui cerca di adattare il proprio abito della sostenibilità alla taglia in cui si sente più comodo.

Il bio è sostenibile, e non solo

Con questo non si vuole assolutizzare il biologico quale unico metodo produttivo in grado di dare risposte esaurienti alla necessità di essere più sostenibili. È sicuramente inderogabile che si trovino da un lato metodi e strumenti per misurare in modo omogeneo e coerente la sostenibilità e dall’altro che il biologico si dimostri più disponibile a “farsi misurare” in un’ottica di sostenibilità. La sostenibilità non può essere presa a pretesto per discriminare alcuni metodi produttivi rispetto ad altri, ma piuttosto un obiettivo che tutti si devono dare e che tutti devono essere posti nelle condizioni di misurare.

A livello UE da anni, forse troppi, è in atto un percorso di definizione delle regole di calcolo per arrivare alla definizione della PEF (Product Ecological Footprint) in modo che vi sia un modo univoco per misurare gli impatti e caratterizzare un processo produttivo ed i prodotti che ne derivano. Un progetto che ha un analogo a livello nazionale con il progetto “Made Green in Italy”. Credo che un po’ più di impegno in tali direzioni possa essere utile a fornire strumenti di misura indipendentemente dai processi adottati.