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Ecco come sarà il cibo del futuro

Ecco come sarà il cibo del futuro

All’ultimo SANA, il salone internazionale del biologico e del benessere di Bologna, abbiamo provato a immaginare quale può essere il cibo del futuro. Chi lavora con il bio e si augura possa diventare il modello agricolo più diffuso deve per forza passare da questi ragionamenti.

Biologico, tecnologico e sostenibile

Abbiamo perciò coinvolto alcuni esperti e rappresentanti di aziende agroalimentari nel convegno Il futuro del cibo: il bio c’è. Con Massimo Marino di Life Cycle Engineering e Carlo Alberto Pratesi, professore di Marketing, innovazione e sostenibilità all’Università Roma Tre, abbiamo chiesto al pubblico presente di scegliere e votare le possibili caratteristiche del cibo del futuro. Dai risultati emerge la preferenza per un cibo ovviamente biologico, ma anche “rispettoso dei diritti umani”, “coltivato usando tecnologie per l’agricoltura di precisione” e “prodotto recuperando gli scarti alimentari”.

Se il pubblico ha quindi espresso la propria preferenza e previsione per un cibo del futuro sostenibile soprattutto a livello ambientale e sociale, è toccato alle aziende e agli esperti far quadrare il tutto dal punto di vista economico.

E le aziende che ne pensano?

Luigi Cattivelli del Crea ha spiegato il ruolo centrale della ricerca genetica che se da un lato “deve preservare varietà e biodiversità delle specie, dall’altro deve studiare quali producono meglio, quali sono più facili da conservare e commercializzare”. Andrea Dama ha condiviso l’esperienza di LIPITALIA2000, un’azienda che recuperando scarti alimentari produce mangimi per gli insetti, che possono rappresentare un “contenuto altamente energetico e proteico da usare a sua volta come mangime per l’allevamento animale”. Umberto Luzzana ha portato la visione di Skretting, azienda leader in Italia per la mangimistica in acquacoltura, “l’unica strada per evitare una pesca oggi al limite della sostenibilità”: i consumi di pesce crescono, ma la quantità di pescato non può aumentare; l’acquacoltura e l’allevamento possono risolvere il problema. Secondo Valentina Massa di Dalma Mangimi, il cambiamento climatico pone il “problema della riduzione degli impatti ambientali degli allevamenti e una migliore gestione della quantità e del tipo di suolo”. Per Massimo Monti, Alce Nero, il biologico è nato come “recupero del rapporto tra produttore agricolo e consumatore, tenendo alto sia il livello di produzioni di qualità, tradizione e innovazione, sia l’attenzione per la sostenibilità”. Renata Pascarelli, Coop Italia, ha ricordato i risultati dell’ultimo Rapporto Coop sui consumi degli italiani che “conferma l’attenzione e la disponibilità nei confronti dell’alimentazione e della cucina”. Luca Ruini di Barilla ha raccontato come una “ventina di anni fa cominciammo a occuparci di sostenibilità, e a sorpresa scoprimmo che nel ciclo di vita della pasta l’impatto ambientale maggiore è quello della produzione in campo e nella cucina: perciò – ha spiegato Ruini -  cerchiamo di migliorare da una parte le tecniche agricole, l’uso dei fertilizzanti, la gestione dell’acqua e delle previsioni meteo, dall’altra l’educazione alimentare”.

In conclusione: ambiente e cultura

In conclusione Carlo Alberto Pratesi, professore di Marketing, innovazione e sostenibilità all’Università Roma Tre, ha ricordato come 40 anni fa immaginassimo il cibo del 2000 sotto forma di pillole, quindi totalmente calato in una dimensione; oggi, al contrario, l’esperienza e il piacere della cucina sono aumentati, sviluppandosi in direzioni diverse e in molteplici aspetti; il problema riguarda piuttosto la disponibilità di cibo in relazione al cambiamento climatico. Un problema che per Massimo Marino di Life Cycle Engineering non è solo agricolo, ma anche culturale: dovrà quindi esserci la massima attenzione per l’educazione alimentare, e le diete, e i valori e la comunicazione legata al cibo, al suo consumo e alla sua produzione.