Quando le aziende dicono no

FABRIZIO PIVA - Amministratore Delegato CCPB

Il tema della certificazione è un asset del biologico a livello internazionale: il settore continua a crescere del 20% ogni anno, e ad attirare l’interesse e la fiducia dei consumatori. Lo abbiamo potuto toccare con mano durante la scorsa edizione di SANA a Bologna. Già questo potrebbe essere sufficiente ad attestare l’integrità e la credibilità che il bio italiano ha saputo guadagnarsi su tutti i mercati.

biologico corre

Se la necessità principale è quindi mantenere alta competitività, non è comprensibile un decreto legislativo sui controlli del biologico (facendo scomparire il concetto di certificazione!) che non ha tenuto in minimo conto le condizioni di un settore che anzi è stato ignorato. Non sono state coinvolte nemmeno le Regioni che pure svolgono un ruolo essenziale sia in termini di programmazione che di sorveglianza. Ne avevamo parlato già in diversi articoli.

Ma il settore si muove e fa sentire la sua voce. Immediatamente dopo SANA abbiamo visto una lettera aperta in cui 71 imprese del settore della preparazione e della distribuzione alimentare hanno scritto direttamente a Ministro e Viceministro, agli Assessori Regionali ed ai Parlamentari delle Commissioni Agricoltura di Camera e Senato per sottolineare il disappunto e vera una preoccupazione per il testo del decreto approvato in Consiglio dei Ministri lo scorso giugno. Sono imprese che hanno contribuito a “fare la storia” del biologico italiano e che svolgono un ruolo importante nell’agroalimentare italiano, anche al di là del biologico stesso.

Disappunto per non essere mai state coinvolte nei lavori preparatori, di fatto non rispettando il loro ruolo nello sviluppo del bio. Preoccupazione per il grave vulnus che siffatto decreto provocherebbe per uno dei pochi settori che stano crescendo e dando soddisfazione a tutti i soggetti che lungo la filiera vi partecipano. Non dimentichiamo che il prossimo novembre probabilmente arriverà il voto favorevole dei ministri agricoli sul nuovo regolamento comunitario. Che senso avrebbe intervenire in modo autolesionistico con un decreto nazionale in un momento in cui molte regole del gioco potrebbero cambiare a livello europeo? Nessun paese europeo si è mai “sognato” di intervenire direttamente su questi temi restringendo gli spazi di manovra delle proprie aziende e di fatto minandone la loro competitività.

Per questo le aziende, e congiuntamente alcune loro associazioni, si sono rese disponibili a collaborare con il “decisore politico” per migliorare profondamente il testo del decreto oppure per rivederlo nella nuova legislatura, ormai vicina, alla luce anche e soprattutto delle decisioni che si assumeranno in ambito UE.

Le riforme sono tali quando incarnano le esigenze di coloro che ne sono oggetto e quando sono da questi condivise, ma la condivisione presuppone disponibilità all’ascolto e capacità di mitigazione e compenetrazione delle varie esigenze. Nel caso specifico stiamo trattando di modifiche che causerebbero pesanti conseguenze sull’economicità di un processo produttivo; ciò avrebbe dovuto comportare momenti di ascolto e di rispettoso confronto per giungere ad una condivisione degli approcci e delle misure conseguenti. Di solito è in questo modo che si opera in un paese democratico, ma stavolta non è andata così.

Siamo ancora in tempo perché prevalga il buon senso e si eviti che tale decreto dispieghi tutte le sue nefaste conseguenze. I destinatari della lettera delle imprese possono raccogliere il loro invito e mettersi a disposizione per ascoltare le ragioni di coloro che ogni giorno si confrontano sui mercati e pervenire ad un obiettivo comune.

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