Bio controlli: un decreto da cambiare

FABRIZIO PIVA - Amministratore Delegato CCPB

Il prossimo 18 luglio la Conferenza Stato-Regioni potrebbe discutere lo schema di decreto legislativo sui controlli in agricoltura biologica, già approvato lo scorso giugno in Consiglio dei Ministri. Abbiamo già parlato dei rischi che comporterebbe l’applicazione del decreto così come è stato approvato ora, ricordiamo però alcune cose.

cestino verdure bioUn Decreto mai discusso in alcuna sede, almeno da quanto è dato conoscere, né con le organizzazioni di settore né in ambito istituzionale con le Regioni o con i Parlamentari che si stanno occupando di biologico. Un Decreto che avrebbe dovuto essere oggetto di analisi e confronti, a maggior ragione considerando che rientra in una delega data dal Parlamento al Governo, e che invece è stato partorito al chiuso delle stanze della segreteria del Ministro. Un Decreto che può segnare lo spartiacque fra un biologico italiano di successo, quello che il mondo intero ci riconosce, e un biologico in rapida ritirata, ovvero quello che rapidamente emergerebbe a seguito dell’applicazione di tale decreto nella malaugurata ipotesi dovesse essere approvato. Questo è il punto più importante: il settore del bio ha regole e mercato europei, ma si vuole decidere in un ristretto ambito nazionale.

Obbligare per legge le aziende a cambiare organismo di certificazione ogni cinque anni ha effetti devastanti sui costi per il sistema delle imprese, e non solo per le etichette, ma per dover solamente prendere contatti e dimestichezza con un nuovo organismo. Il rapporto fra organismo di certificazione ed azienda è un rapporto di fiducia e non un rapporto “malato” di familismo. Se qualcuno pensa che tale misura sia assimilabile a quella che viene definita “certificazione di bilancio” dimentica che nel biologico parliamo di un sistema di certificazione vero e proprio vigilato a livello nazionale ed internazionale su basi normative che prevedono la presenza di organismi di accreditamento previsti nello stesso regolamento europeo. I soggetti che svolgono certificazione dei bilanci sono consulenti e non organismi di certificazione. Il libero mercato prevede la presenza di 16 organismi di certificazione accreditati e riconosciuti dallo stesso Ministero e le imprese sono libere di scegliere l’organismo che preferisce, perché ora il Ministero vuole ridurre la libertà economica delle imprese minando uno dei capisaldi della nostra Costituzione? In nessun paese al mondo è prevista una tale misura, perché fare un favore così sgradito per le nostre imprese?

La presenza indiretta di imprese tramite associazioni o consorzi nella proprietà di un organismo di certificazione garantisce il rafforzamento del sistema di certificazione e previene il conflitto di interessi in quanto si crea un equilibrio e non certo un conflitto; esattamente quanto si propone il Decreto ma con strumenti del tutto sbagliati che raggiungerebbero l’effetto opposto. Forse ha meno conflitti un singolo proprietario dell’organismo di certificazione quando questi deve prendere un provvedimento gravoso su un’azienda di dimensioni ragguardevoli? Sono altri gli strumenti che prevengono il conflitto di interessi e, guarda caso, sono quelli attualmente in uso negli organismi di certificazione e oggetto di vigilanza sia da parte di Accredia che da parte delle autorità di vigilanza, fra cui il MiPAAF.  Anche questo però avviene in tutta Europa, e non solo, in tutti i settori produttivi che infatti hanno tutto l’interesse per un sistema di controllo e certificazione affidabile e competente. Un forte sistema delle imprese si affida ad un forte sistema di certificazione e la presenza delle associazioni degli imprenditori garantisce questo. Del resto è quello che accade anche nella certificazione dei prodotti di qualità che non sono biologici.

Una sede operativa in ogni Regione ove vi sono più di 100 operatori, nel periodo dell’home working, è una misura antistorica che contribuisce a elevare i costi al sistema delle imprese senza alcuna ricaduta positiva. Meglio un referente ispettivo che abbia la responsabilità operativa in ambito regionale.

L’emissione del certificato dopo 30 giorni dalla domanda di certificazione, oggi sono 120 gg e a fine 2016 il MiPAAF ha derogato fino a 150 gg a seguito del forte incremento di nuove aziende. Come è possibile restringere i tempi quando il principale ostacolo sono sistemi informatici che non funzionano adeguatamente?

Sanzioni draconiane ad ogni soppressione, sospensione e revoca. Perché non graduare le sanzioni in base alle effettive non conformità? In questo modo si punisce in modo eccessivo chi fa biologico senza distinzione alcuna.

Le aziende revocate devono stare fuori dal sistema per 5 anni; oggi possono rientrare il giorno dopo. Anche in questo caso una gradualità in funzione della motivazione della revoca del certificato sarebbe stato più intelligente e utile.

Ogni 5 anni gli organismi devono essere riautorizzati quando la vigilanza prevede un controllo quotidiano e tutti i documenti sono preventivamente letti ed analizzati dall’Autorità Pubblica. Anche in questo caso perché aumentare la burocrazia che andrà a detrimento del sistema imprenditoriale?

Il sistema, nel suo complesso delle imprese, si augura che gli Assessori all’Agricoltura, molto più vicini alle esigenze delle aziende, possano intervenire in modo efficace e concreto e possano far sentire le loro vere esigenze che sono molto lontane dallo spirito e dai contenuti di questo decreto.

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