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Bilancio di fine anno per la filiera sostenibile della cosmesi biologica

Bilancio di fine anno per la filiera sostenibile della cosmesi biologica
Grazie a Expo uno degli argomenti importanti di quest'anno è stato "nutrire il Pianeta - energie per la vita", orientato sopratutto alla sostenibilità alimentare. Insieme a SISTE abbiamo voluto aggiungere l'attenzione sulla “La filiera sostenibile della cosmesi biologica”. Anche qui abbiamo a che fare con materie prime che derivano da agricoltura, con la salute e il benessere delle persone. Come bilancio di fine anno riportiamo il resoconto dell'incontro tenutosi a Expo proprio su questi temi. ccpb expo - convegno cosmesi bannerNumerosi gli argomenti legati al mondo della cosmesi naturale e biologica certificata affrontati durante il dibattito, moderato dalla presidente SISTE, Marinella Trovato. Dibattito che ha dato modo ai relatori, esponenti del mondo della produzione, distribuzione e certificazione di questi prodotti, di esprimere un parere, sulla base delle proprie competenze ed esperienze, su cosa siano i “cosmetici certificati” e cosa li distingua in termini di composizione, impatto ambientale e impatto etico, da un cosmetico “convenzionale”. Come noto, in mancanza di una norma specifica che stabilisca i criteri cui devono rispondere i prodotti cosmetici perché li si possa definire naturali o biologici, tale aggettivazione, oggi, si fonda sull’adesione a disciplinari di certificazione privata oppure esclusivamente sull’idea di “naturale” cavalcata dal marketing pubblicitario. Un’azienda che vuole certificare i propri prodotti come naturali, biologici o con ingredienti biologici, può scegliere tra diversi disciplinari di certificazione privata, riconoscibili dal consumatore grazie all’apposizione in etichetta di un logo specifico. Tali disciplinari possono essere estremamente diversi tra loro nei contenuti. I più validi stabiliscono un elenco positivo di ingredienti ammessi e i metodi per la loro lavorazione, il contenuto minimo di sostanze naturali (e biologiche) necessarie a raggiungere la certificazione e il contenuto massimo di sostanze natural-identiche impiegabili. Come ha sottolineato Claudio Bettuzzi, responsabile area non alimentare di Baule Volante, azienda specializzata nella distribuzione di alimenti biologici e prodotti certificati per la cura della persona, la nascita della cosmesi biologica certificata si deve all’interesse del consumatore nei confronti di questi prodotti. La richiesta di cosmetici naturali è arrivata, infatti, prima ancora che il settore produttivo fosse in grado di presentarne una reale offerta, sovvertendo la dinamica che vuole la “creazione di un bisogno” indurre la domanda di beni per soddisfarlo. Il profilo del consumatore di cosmetici “bio” è delineato da tempo: il soggetto che le indagini di mercato ci restituiscono è una donna, di età compresa tra i 30 e i 45 anni, di livello culturale medio-alto, già consumatrice di alimenti biologici. Tuttavia, sottolinea Bettuzzi, a fronte di una richiesta tanto specifica, il consumatore di cosmetici naturali non ha ancora tutti gli strumenti necessari per decodificare la grande quantità di prodotti presentati come tali sul mercato. Internet è sicuramente una fonte inesauribile di informazioni anche in questo ambito, ma non tutto quello che vi si trova è attendibile, e in alcuni casi le indicazioni risultano volutamente faziose. In questo contesto, il ruolo dell’operatore qualificato, sia esso erborista o farmacista, diventa fondamentale per supportare il cliente nell’acquisto, e per “fare cultura” su questi prodotti. Così come fondamentale, per conquistare credibilità presso il consumatore, è operare scelte di rigore nella selezione dei prodotti, non dettate esclusivamente dal margine di guadagno. Anche Fabrizio Piva, amministratore delegato CCPB, conferma la notevole confusione nel mercato ed il fatto che il consumatore non abbia sempre gli strumenti necessari a cogliere le differenze esistenti tra prodotti che rivendicano le stesse caratteristiche di naturalità. Anche considerando i soli prodotti “certificati”, le rilevanti difformità esistenti tra i diversi disciplinari privati in relazione alle norme di produzione ammesse e agli ingredienti impiegabili nella formulazione dei cosmetici, non agevolano di certo l’utente, che in etichetta leggerà le stesse dichiarazioni a fronte di differenze anche sostanziali tra i prodotti. In assenza di una puntuale analisi dei disciplinari di produzione (a volte non accessibili ai consumatori per scelta degli stessi enti di certificazione) le differenze esistenti tra questi prodotti non potranno essere colte né dalla lettura della lista “ingredients” né tanto meno dalla descrizione del prodotto recata in etichetta. Sarebbe auspicabile che il consumatore fosse in grado di selezionare loghi ed enti di certificazione, e quindi i disciplinari di produzione, che meglio garantiscono la naturalità di questi prodotti. In relazione alla differenza esistente, all’interno del disciplinare CCPB, tra un cosmetico definito naturale e uno biologico, Piva sottolinea che affinché un cosmetico possa definirsi naturale, almeno il 95% del totale degli ingredienti del prodotto devono essere naturali e/o di origine naturale, compresa l’acqua aggiunta. Se un cosmetico vuole definirsi “biologico” o “con ingredienti biologici”, dovrà contenere, rispettivamente, almeno il 95% o il 70% (in peso) di ingredienti da “agricoltura biologica” sul totale degli ingredienti naturali certificabili ai sensi del Reg. (CE) 834/2007 (e/o ingredienti conformi al disciplinare CCPB o a quelli ritenuti equivalenti). Di standard e relative differenze ha parlato anche Francesca Morgante, label manager di NATRUE – The International Natural and Organic Cosmetics Association. L’associazione, nata sette anni fa a Brussels (Belgio), fu istituita originariamente per sottoporre al legislatore europeo le istanze delle principali aziende produttrici di cosmetici naturali. La richiesta comune era che fossero inserite all’interno del testo del regolamento cosmetici (Reg. (CE) 1223/09), allora in via di stesura, precise definizioni e parametri da rispettare per poter rivendicare le indicazioni di cosmetico “naturale” e “biologico”. La mancanza di un sistema univoco di garanzia, infatti, non solo confonde il consumatore sulle reali caratteristiche dei prodotti sul mercato, ma non tutela neppure le aziende da una concorrenza sleale. Come noto, tali richieste, per quanto legittime, furono disattese. L’associazione si è allora fatta promotrice di uno standard internazionale, che porta il suo nome: attualmente i prodotti certificati NATRUE sono 4500, per un totale di circa 200 marchi internazionali. Può ottenere la certificazione, sottolinea la Morgante, solo un prodotto che rispetti severi criteri per quanto riguarda le materie prime utilizzate e la lavorazione del prodotto. Il disciplinare presta grande attenzione anche al contenitore del cosmetico al fine di ridurre al minimo l’impatto ambientale del packaging, riducendo la quantità di materiale utilizzato e impiegando, per quanto fattibile, materiali riciclabili e possibilmente da fonti rinnovabili. Ma quali differenze caratterizzano, in termini di composizione, un cosmetico “naturale” da uno “convenzionale”? A questa domanda risponde Patrizia Poggiali, titolare di Gala cosmetici, azienda che da circa 10 anni si è dedicata a questa tipologia produttiva. Per capire le differenze è sufficiente paragonare il numero di sostanze utilizzabili per la loro formulazione: il disciplinare di certificazione cui l’azienda ha aderito, ammette l’impiego di circa 300 sostanze, contro le oltre 3.000 ammesse dal regolamento cosmetici, l’utilizzo di 1 filtro solare contro i 27 inseriti nel Reg. (CE) 1223/09 e di 4 soli conservanti. La differenza in termini di materie prime è quindi enorme. Di conseguenza, per sviluppare un prodotto non solo naturale, ma anche gradevole da utilizzare, con texture e profumazioni piacevoli, è necessario conoscere molto bene le materie prime e trovare soluzioni innovative, anche in termini di packaging. Il maggior costo delle materie prime e i costi delle verifiche effettuate dall’ente certificatore a garanzia di ingredienti e prodotti finiti, incide, ovviamente, sul costo dei cosmetici. Per questo, ritiene Poggiali, è necessario investire in comunicazione al consumatore, per trasferirgli il valore aggiunto di questi prodotti. Le piante officinali sono eccezionali laboratori di sostanze che possono trovare impiego in cosmetica. Il ricorso a tale ingredientistica, in particolare se di origine biologica, rende questi prodotti, almeno per quanto riguarda la loro composizione, a ridotto impatto ambientale in termini di emissioni nell’atmosfera e conseguente effetto sul clima. E’ quanto sostiene Andrea Primavera, agronomo e presidente della Federazione italiana produttori piante officinali (FIPPO). L’interesse del pubblico per il bio nasce soprattutto dalla convinzione che si tratti di alimenti più sani, perché per la loro produzione sono stati impiegati meno prodotti fitosanitari. Consumarli diventa, quindi, un modo di prendersi cura di se stessi. In realtà, sostiene Primavera, la scelta di acquistare ed alimentarsi con prodotti biologici dovrebbe essere mirata a ridurre l’effetto delle colture tradizionali sull’ambiente (impiego di fertilizzanti, pesticidi, impoverimento del suolo, etc). Una scelta, quindi, che salvaguardia il bene comune. Scelta che può concretizzarsi anche attraverso la preferenza verso i cosmetici certificati biologici. Di valore aggiunto parla anche Valeria Calamaro di CTM Altromercato, che nel suo appassionato intervento spiega come questo aspetto non debba riguardare esclusivamente la scelta degli ingredienti o il packaging riciclabile dei prodotti, ma debba coinvolgere l’intera filiera produttiva, con una scelta di sostenibilità non solo ambientale, ma anche sociale. Il valore economico del prodotto, cioè, deve essere correttamente ripartito tra tutti gli operatori coinvolti, da chi coltiva le materie prime (soprattutto se provenienti da Paesi del terzo mondo) a chi sviluppa il cosmetico. Può risultare difficile far percepire al consumatore il concetto di “sostenibilità sociale di filiera” in relazione ad un prodotto voluttuario come un cosmetico, ma il percorso è fattibile se si riesce a trasmettere al cliente il valore che il prodotto porta con sé, e che ne determina il costo maggiorato. In questo contesto, sostiene Calamaro, la certificazione accredita l’impegno di una azienda, o di una organizzazione come CTM Altromercato, nel raggiungimento di un preciso obiettivo e, contestualmente, garantisce la qualità dei prodotti. E questo, a sua volta, oltre ad essere un’ulteriore tutela per il consumatore, fa da volano per il loro inserimento in mercati importanti, con vantaggi per tutti gli operatori della filiera. Il valore di un cosmetico naturale e biologico certificato non è quindi legato solo alla natura degli ingredienti, ma ha un impatto di ben più ampia portata. Dare la preferenza a questo tipo di cosmetico, oltre all’interesse particolare per la cura del sé, rappresenta espressione di impegno sociale nei confronti di una intera filiera ed in termini di salvaguardia dell’ambiente.