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L'innovazione tessile passa dal cotone biologico

L'innovazione tessile passa dal cotone biologico

Le tematiche dell’impatto ambientale e della sostenibilità ecologica toccano ogni prodotto di consumo. Non sfuggono quindi neppure i tessuti normalmente utilizzati per la realizzazione di capi di abbigliamento. Quattro ricercatori del Politecnico di Hong Kong si sono interessati all'eco-compatibilità mettendo a punto il primo sistema per valutare in modo completo la qualità ecologica delle fibre tessili.

I parametri impiegati da questo sistema di valutazione per determinare gli indici di impatto ambientale e sostenibilità ecologica delle fibre includono:

  • quantità di ossigeno prodotto e di anidride carbonica emessa o assorbita per la produzione

  • sfruttamento del suolo

  • uso di fertilizzanti e pesticidi

  • consumo di acqua, energia e altre risorse

  • rischi per la salute umane o gli ecosistemi

  • natura rinnovabile delle fibre e possibilità di riciclo e biodegradabilità

Analizzando dieci fibre (cotone biologico e tradizionale, lana, lino, viscosa, poliestere, due tipi di nylon, polipropilene e acrilico), le fibre naturali (cotone biologico in primis) sono risultate quelle più eco-compatibili e sostenibili dal punto di vista ambientale, mentre agli ultimi posti si trovano fibre come polipropilene, poliestere, nylon e, infine, acrilico.

Si scrive 100% puro cotone, si legge tessuto che può contenere sostanze tossiche e pericolose. Pesticidi e fertilizzanti non arrivano infatti nel nostro organismo solo attraverso il cibo e l’acqua, o perché li respiriamo, ma anche con i vestiti e le lenzuola. Persino dalla fibra che ci sembra più naturale: il cotone, appunto. Per questo, dagli anni Ottanta è in costante crescita l’interesse per il cotone organico, ottenuto da agricoltura biologica, senza l’utilizzo di sostanze chimiche, con sementi non Ogm, e trattato e colorato con prodotti naturali e non pericolosi per la pelle.

Il cotone è ancora oggi la fibra tessile più utilizzata sul pianeta. Sul cotone, che occupa il 3% della produzione agricola mondiale, si utilizzano il 19% del totale degli insetticidi e il 9% di tutti i pesticidi. Un impatto ambientale significativo, che si traduce in diminuzione della fertilità della terra, inquinamento delle falde acquifere, riduzione della biodiversità, danni alla salute dei coltivatori e di chi indosserà quelle fibre una volta trasformate in jeans, magliette e lenzuola.

Una volta raccolto e trasformato in tessuto, il cotone viene sbiancato, lavato con detergenti, tinto (molti coloranti contengono metalli pesanti e sostanze chimiche che non si sciolgono in acqua ed essendo liposolubili vengono assorbite dalla pelle). A causa dei coloranti utilizzati, il cotone convenzionale tenderebbe anche a trattenere il calore, non permettendo una corretta respirazione e favorendo l’insorgenza di dermatiti e allergie.

La coltivazione organica di cotone, come avviene in generale in tutta l’agricoltura biologica, prevede invece il bando dei prodotti chimici di sintesi e degli organismi geneticamente modificati. Regole comunemente osservate nelle piantagioni di cotone bio sono l’utilizzo di fertilizzanti di origine animale e vegetale, l’eliminazione dei parassiti tramite l’uso di insetti antagonisti, la rimozione delle erbe infestanti senza erbicidi, e l’uso esclusivo di semenze che abbiano subito almeno quattro germinazioni in assenza di trattamenti chimici.

Il cotone biologico, così come la sua trasformazione mediante processi manufatturieri ecosostenibili esiste ed essa è sempre garantita da un organismo di certificazione.

Per maggiori informazioni sui servizi di certificazione in ambito tessile consulta il sito www.ccpb.it

GIUSEPPE GARCEA - Ufficio Controllo e Certificazione di Prodotto CCPB