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#Bioedintorni il dibattito sul significato della parola biologico di Greenews

#Bioedintorni il dibattito sul significato della parola biologico di Greenews

Dopo giorni di dibattito e polemiche proviamo a fare un riassunto su #bioedintorni, la discussione sul significato e il valore, anche commerciale e di marketing, che ha la parola “biologico” e di conseguenza anche il lavoro di chi si occupa del settore. Tutto è cominciato con un articolo pubblicato su www.greenews.info, web magazine di comunicazione ambientale, intitolato “Vini e cibi liberi. Dalla semantica e dalle certificazioni” e dedicato a due interrogativi: le parole libero, vero, sostenibile, sono usate in buona fede o sono un’operazione di marketing per le aziende dell’agroalimentare? Che valore hanno queste parole rispetto a “biologico” e a tutte le certificazioni e norme riconosciute a livello internazionale?

Il pretesto per dare delle risposte è stato la molto pubblicizzata uscita del “Vino libero” messo in vendita da Eataly, libero dai solfiti ma anche dalla certificazione e quindi dalle norme comunitarie che definiscono e regolano cosa è biologico e cosa no. Il secondo intervento è quello del presidente di Slow Food Italia, Roberto Burdese, partner di Eataly, che tra le altre cose ha dichiarato “non bisogna chiudersi, oggi, nel recinto dei soli produttori biologici certificati, escludendo un rapporto con tutti coloro che vogliono comunque muoversi in quella stessa direzione, non avrebbe senso”, che vuol dire stare sia con chi certifica, ma anche con chi non può o non vuole farlo. C'è anche Luca Fernando Ruini, Responsabile Sicurezza, Ambiente, Energia di Barilla, che propone invece di seguire l'agricoltura sostenibile "l’agricoltura biologica ha rese basse. Noi dobbiamo puntare ad una agricoltura sana per tutti, fatta da chi ha competenze vere. Nulla c’entra il mal sopportare il fatto di assoggettarsi alle procedure di controllo, né ci spaventano i test e le garanzie per i consumatori. Noi agiamo per rendere la sostenibilità di massa”.

A questo punto arriva la replica di Federbio che a proposito del “Vino libero” parla di ”una consorteria di agricoltori, imprese di trasformazione e commercianti che, senza i controlli di organismi indipendenti che certifichino la loro attività, dichiarano di aver evitato alcuni trattamenti, glissando su quelli che continuano a effettuare, senza curarsi dei residui sugli alimenti,  delle condizioni del suolo, delle acque superficiali e profonde, della biodiversità e del benessere animale”.

E in ultimo il CCPB, Greenews ha intervistato Fabrizio Piva, amministratore delegato, qui potete leggere la versione integrale, sotto riportiamo un estratto:

“Quando usiamo il termine certificazione biologica, usiamo una parola che ha un valore riconoscibile ormai non solo nel ricco occidente ma in tutto il mondo: Cina, India, Corea, Giappone, Brasile, Argentina, Africa Mediterranea. In questi e molti altri Paesi il biologico è anche sinonimo di certificazione, di garanzia di sistemi di produzione che hanno tratto un grande beneficio dalla certificazione. È ora di smettere di insinuare che la certificazione aumenti i costi di produzione: il processo di certificazione biologica incide per lo 0,001% sui costi di un’azienda, e forse ancora meno sul valore del prodotto finito. Perché non si fa mai un raffronto costi/benefici portati dalla certificazione analizzando quanti benefici ha portato la certificazione per migliaia di aziende in Europa e nel Mondo che hanno imparato ad operare seguendo modalità di produzione rintracciabili, in grado di valutare l’apporto in termini di input utilizzati? Perché non si dice quanti benefici tutto questo ha apportato per razionalizzare i costi di produzione?”

FILIPPO PIREDDA Ufficio Stampa CCPB srl